Lavoro digitale e ambiente: il conto che stiamo evitando di guardare

elisabetta marzi bosco di san francesco

Lavoro digitale e ambiente: il conto che stiamo evitando di guardare

Oggi a Perugia ci sono 42 gradi.

Sono seduta alla scrivania. Condizionatore acceso. Tre schermi accesi. Sto usando Claude per analizzare dati di campagna, ho aperto venti tab nel browser, sto caricando file su Drive e aspetto che un render finisca. E mi è venuta una domanda scomoda: quanto sta costando tutto questo — non in euro, ma in impatto ambientale?

Il lavoro digitale ci sembra pulito. Non bruciamo carburante, non produciamo scarti fisici, non usiamo macchinari pesanti. Ma quella sensazione di leggerezza è, in buona parte, un’illusione.

E ho voluto capirlo meglio. Quello che ho trovato mi ha fatto rivedere qualche abitudine.

Chi sono (e perché parlo di questo)

Mi chiamo Elisabetta Marzi. Lavoro nel digitale da 14 anni: siti web, campagne Meta, SEO, e-Commerce. Ho fondato BeFlag Creative Team e ogni giorno uso strumenti come Claude, Google Workspace, hosting semidedicati e via dicendo.

Non sono un’ambientalista. Non ho la pretesa di darvi lezioni.

Ma mi occupo di tecnologia, e mi sembra doveroso guardare anche il lato scomodo di quello che usiamo ogni giorno. Soprattutto adesso, con le temperature che stiamo vivendo.

Il digitale non è pulito: i numeri che non ti aspetti

Il settore ICT — internet, server, dispositivi, data center — è responsabile di circa il 4% delle emissioni globali di CO₂. Sembra poco? È lo stesso impatto dell’aviazione civile mondiale. E secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, potrebbe arrivare al 14% entro il 2040.

Ma restiamo sulla scala umana, che rende le cose più concrete.

Una email di lavoro con un allegato sopra i 10 MB produce fino a 50 grammi di CO₂. Una email vuota, meno di 1 grammo. Sembra trascurabile — finché non calcoli che nel 2026 vengono scambiate circa 424 miliardi di email al giorno nel mondo. E che un lavoratore medio che usa la mail per lavoro può emettere 135 kg di CO₂ in un anno solo attraverso la posta elettronica. Equivale a percorrere 320 km in auto.

E poi c’è l’AI.

L’elefante nella stanza: quanto consuma l’intelligenza artificiale

Questo è il punto che mi ha fatto più effetto, perché lo uso ogni giorno.

Una singola query a Chat-GPT o Claude consuma fino a 8 volte l’energia di una normale ricerca su Google. Addestrare un modello linguistico di grandi dimensioni produce circa 284 tonnellate di CO₂ — l’equivalente di 125 voli andata e ritorno tra Roma e New York.

E una volta in produzione, i modelli AI continuano a consumare: l’inferenza — cioè rispondere alle nostre domande — rappresenta l’80-90% del consumo energetico totale dei sistemi AI. Chat-GPT da solo gestisce circa 2,5 miliardi di richieste al giorno.

Io uso Claude ogni giorno, per ore. Non smetto di usarlo — sarebbe come smettere di usare Google. Ma sono diventata più consapevole di quanto ogni interazione abbia un peso.

Ok, ma cosa possiamo fare concretamente? Partiamo dal più immediato.

Il condizionatore: la prima cosa da ripensare

Siamo d’estate, fa caldo, lavoriamo da casa o in ufficio. Il condizionatore sembra inevitabile. In parte lo è — con 40 gradi fuori, non è ragionevole fare gli eroi.

Ma ci sono due cose che cambiano molto la situazione.

Prima il ventilatore, poi il condizionatore

ENEA lo dice chiaramente: il ventilatore, pur non abbassando la temperatura dell’aria, crea una percezione di fresco pari a circa 3°C in meno. E consuma una frazione dell’energia di un climatizzatore.

La logica giusta è: prima scuri abbassati e ventilatore. Se non basta, accendi il condizionatore — ma impostato a 26°C (la normativa lo prevede per gli ambienti lavorativi, e di solito è sufficiente). La differenza percepita tra 24°C e 26°C è minima; la differenza energetica no.

La modalità deumidificazione

Quasi nessuno la usa. Eppure su molti moderni condizionatori, abbassare l’umidità ambientale fa percepire il caldo in modo molto più sopportabile — e consuma meno che raffreddare attivamente l’aria.

Se il tuo condizionatore ce l’ha, vale la pena provarla nelle giornate in cui il problema non è solo il calore ma anche l’afa.

I dispositivi: tutto quello che lasci acceso (e non serve)

Lo stand-by è silenzioso ma costante. PC, monitor secondari, stampante, router, dock station, schermo del secondo monitor che non guardi mai — tutto questo assorbe energia anche quando non lo stai usando attivamente.

Una ciabatta con interruttore a fine giornata lavorativa non è un gesto simbolico: è una scelta concreta che nel tempo fa differenza.

Stesso discorso per la luminosità degli schermi: ridurla del 30% non cambia la produttività, ma abbassa il consumo del monitor in modo misurabile. E la modalità risparmio energetica del sistema operativo — quella che metti in pausa quando sei in riunione — vale la pena tenerla attiva di default.

Il flusso digitale: abitudini che sembrano piccole e non lo sono

Email: meno, meglio

Non stai per salvare il pianeta cancellando le newsletter. Ma alcune abitudini fanno la differenza reale.

Allegare file pesanti in email quando esistono alternative (un link Drive, un WeTransfer) è inutile e inquinante. La stessa cosa vale per i thread infiniti dove si risponde “ok” o “grazie” a catena: ogni messaggio ha un peso, anche piccolo.

Tenere la casella pulita — eliminare quello che non serve, disiscriversi dalle newsletter che non leggi mai — è un atto di igiene digitale che riduce anche il consumo dei server che archiviano quei dati.

Cloud e archiviazione: il digitale non è infinito

Ogni file che salvi nel cloud occupa spazio su un server fisico, che gira 24 ore su 24 in qualche data center. Questo non significa che devi smettere di usare il cloud — anzi, il cloud è quasi sempre preferibile alla carta stampata.

Ma mantenere gli archivi puliti e organizzati ha senso anche da questo punto di vista. Versioni duplicate di file, cartelle dimenticate piene di bozze, screenshot dell’anno scorso — tutto questo esiste fisicamente da qualche parte e consuma energia.

Io ho adottato una regola semplice: una volta al mese, 20 minuti per pulire Drive e rimuovere quello che non serve. Non è glamour, ma funziona.

Stampa: il documento che non stampi è il documento migliore

Sì, a volte si stampa. Ma nella maggior parte dei casi professionali, non è necessario.

Un contratto firmato digitalmente (con DocuSign, o anche con la firma nel PDF) ha lo stesso valore legale di uno stampato. Un brief inviato via email è più facile da consultare di uno stampato e messo in una cartella.

Quando si stampa davvero, carta riciclata e stampa fronte-retro. Non è un sacrificio: è una scelta che non cambia nulla nella tua giornata lavorativa e che accumula significato nel tempo.

Il paradosso dell’AI: inquina, ma può anche aiutare

Questa è la cosa che trovo più interessante — e più onesta da dire.

L’AI consuma molta energia. Ma può anche ridurre sprechi enormi in altri settori: ottimizzazione dei consumi energetici negli edifici, miglioramento dell’efficienza logistica, riduzione degli scarti nella produzione industriale. Alcune stime suggeriscono che il risparmio che l’AI può generare potrebbe superare di molto l’energia che consuma.

Non è una giustificazione per non pensarci. È un invito a usarla meglio: meno query inutili, meno rigenerazioni senza senso, più intenzione in quello che chiediamo agli strumenti che usiamo.

Invece di chiedere dieci varianti di una cosa e scegliere dopo, capire prima cosa voglio e chiederlo una volta sola. Nel mio flusso di lavoro con Claude, questo ha ridotto sia il tempo che passo allo schermo sia — immagino — il numero di richieste che mando ai server.

Scegliere fornitori che hanno scelto prima di te

C’è un livello in cui la scelta individuale incontra quella di sistema.

Alcuni provider di hosting sono alimentati da energie rinnovabili. Alcuni data center compensano le emissioni. Alcuni strumenti SaaS pubblicano report di sostenibilità e si impegnano pubblicamente su obiettivi climatici.

Non è l’unico criterio con cui scegliere un fornitore — ma vale la pena considerarlo, soprattutto quando sei in fase di valutazione tra opzioni comparabili. Io lo faccio quando consiglio hosting ai miei clienti.

SPOILER: io stessa – per questo sito e per i siti dei miei clienti – ho scelto un hosting sostenibile, che utilizza esclusivamente fonti di energia rinnovabile, hardware ad alta efficienza energetica e che ogni mese effettua una donazione a One Tree Planted, una non-profit che si occupa di riforestazione. Trovi tutto qui »

Non si tratta di fare tutto bene

Non sto dicendo di spegnere il condizionatore con 42 gradi fuori. Non sto dicendo di smettere di usare l’AI. Non sto dicendo che il tuo singolo gesto cambierà le emissioni globali.

Sto dicendo che il lavoro digitale non è neutro, e fingere di sì è comodo ma non onesto.

E che alcune scelte — il ventilatore prima del condizionatore, gli allegati sostituiti da link, gli archivi tenuti puliti, la stampa solo quando necessaria — non costano nulla in termini di produttività. Costano solo un po’ di attenzione. E sommandosi nel tempo, in migliaia di persone che lavorano davanti a uno schermo, diventano qualcosa di concreto.

Se lavori nel digitale e vuoi capire come rendere la tua presenza online più efficiente — nella gestione, nella struttura, negli strumenti — posso aiutarti a fare scelte più consapevoli anche in questo senso.

Richiedi disponibilità →

P.S: — Una cosa che mi ha sorpresa nella ricerca per questo articolo: Anthropic (i creatori di Claude, che uso ogni giorno) dichiara preferenzialmente data center alimentati da rinnovabili e pubblica report sulla propria efficienza energetica. Non ho modo di verificarlo in autonomia, ma è un segno che la pressione della comunità su questi temi sta producendo qualcosa. Il fatto che le aziende AI sentano il bisogno di comunicare la propria sostenibilità è già un cambiamento rispetto a cinque anni fa. Non basta — ma è un punto di partenza.

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Elisabetta Marzi
Sviluppo siti web e sistemi che convertono. Co-fondatrice di BeFlag - Creative Team.
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